Il Taccuino di ALBATROS
Ciò che penso. Ciò che ascolto. Ciò che rimane.
Uno spazio personale dedicato ai pensieri, alla musica e alle letture che lasciano una traccia.
Riflessioni, ascolti e incontri con autori che, in modi diversi, cambiano il nostro modo di guardare il mondo.
Una nota sul mio modo di scrivere
Le riflessioni raccolte in questo Taccuino nascono dalle mie domande, dai miei pensieri e dal desiderio di comprendere meglio ciò che provo e ciò che mi circonda.
Nel loro sviluppo mi avvalgo anche del dialogo con ChatGPT, che mi aiuta a mettere alla prova le idee, approfondirle e trovare una forma più precisa per esprimerle.
Non cerco parole che mi facciano apparire diverso da ciò che sono. Cerco le parole che più si avvicinano a ciò che penso e sento.
È questo il senso del Taccuino: un percorso personale di ricerca, confronto e consapevolezza.

RIFLESSIONI
Pensieri, domande e riflessioni nate dall’esperienza, dalle letture e da ciò che ci mette in discussione.
L’io che cerca l’io
Ci sono domande che non facciamo agli altri, perché sappiamo che nessuno potrebbe rispondere al posto nostro.
Una di queste è semplice soltanto in apparenza: chi sono?
Crediamo di conoscerci. Abbiamo un nome, una storia, delle abitudini, un modo di parlare e di reagire alle cose. Sappiamo raccontare ciò che abbiamo fatto, ricordare le persone che abbiamo incontrato, spiegare molte delle nostre scelte.
Eppure, se proviamo a guardare oltre tutto questo, qualcosa rimane in sospeso.
Siamo davvero ciò che raccontiamo di noi stessi? Siamo le idee in cui crediamo, il ruolo che occupiamo nella vita degli altri, le decisioni che prendiamo? Oppure esiste una parte di noi che non riusciamo ancora a riconoscere?
Forse il problema è che ci osserviamo sempre attraverso qualcosa: gli occhi degli altri, le aspettative che abbiamo imparato ad accettare, le immagini che ci siamo costruiti nel tempo. A volte finiamo per confondere ciò che siamo con ciò che abbiamo imparato a essere.
E allora cominciamo a cercarci.
Non necessariamente perché siamo infelici o perché ci manca qualcosa. A volte è sufficiente un momento di silenzio, una domanda che ritorna, una distanza improvvisa tra la persona che mostriamo al mondo e quella che sentiamo di essere.
È lì che la ricerca diventa inevitabile.
Ma come possiamo cercare noi stessi se siamo, nello stesso tempo, colui che cerca e ciò che viene cercato?
Forse non possiamo metterci di fronte a noi come faremmo con un oggetto da conoscere. Possiamo soltanto avvicinarci, osservare le nostre contraddizioni, riconoscere le paure che ci guidano, distinguere i desideri autentici da quelli che abbiamo accolto senza mai interrogarli.
E accettare che alcune risposte cambino insieme a noi.
Forse non esiste un punto preciso in cui possiamo dire: adesso so chi sono. Esistono momenti in cui ci comprendiamo un po’ meglio, e altri in cui ciò che credevamo certo torna a essere una domanda.
Non è detto che questo significhi essere perduti.
Potrebbe significare, al contrario, che abbiamo smesso di accontentarci di una definizione.
L’io che cerca l’io, allora, non è necessariamente qualcuno che si è smarrito. È qualcuno che ha cominciato a guardarsi senza dare per scontato di conoscersi.
E forse la ricerca non consiste nel trovare una volta per tutte la persona che siamo, ma nell’imparare a riconoscerla ogni volta che abbiamo il coraggio di essere sinceri con noi stessi.
Perché la domanda «chi sono?» non sempre chiede una risposta. A volte chiede soltanto di essere ascoltata.
L’io si scopre mentre si costruisce
Forse la questione non è scegliere tra due possibilità: che l’io sia qualcosa di nascosto dentro di noi, da portare alla luce, oppure qualcosa che costruiamo attraverso le esperienze e le decisioni della nostra vita.
Le due verità non si escludono.
Dentro di noi esistono inclinazioni, sensibilità, desideri e possibilità che attendono di essere riconosciuti. Ma è attraverso ciò che viviamo, le scelte che compiamo e il modo in cui affrontiamo le nostre contraddizioni che queste possibilità prendono forma.
L’io si scopre costruendosi e si costruisce scoprendosi.
Ogni volta che comprendiamo qualcosa di noi, cambiamo il modo in cui ci guardiamo. E ogni volta che cambiamo, anche lo sguardo con cui proviamo a comprenderci diventa diverso.
La ricerca di sé è un movimento continuo:
Mi cerco → mi scopro → mi trasformo → mi cerco ancora.
Non c’è necessariamente una conclusione, un momento in cui tutto diventa finalmente chiaro. Ci sono nuove consapevolezze, domande che si modificano, parti di noi che impariamo a riconoscere e altre che devono ancora trovare un nome.
Per questo l’io non è una risposta definitiva, ma una relazione incessante tra ciò che sono, ciò che riconosco di essere e ciò che divento.
Forse conoscersi non significa arrivare una volta per tutte a una definizione di sé. Significa imparare a stare dentro questa relazione, senza avere paura che ogni cambiamento metta in discussione ciò che credevamo di essere.
L’io che cerca l’io continua a camminare proprio perché non è mai del tutto separato da ciò che scopre.
E forse crescere significa anche questo: non smettere di cercarsi, ma accettare che, nel farlo, non si sarà mai esattamente la stessa persona che ha iniziato il viaggio.
I MIEI ASCOLTI.
Artisti, canzoni e album che mi accompagnano, mi emozionano e, a volte, mi aiutano a vedere le cose in modo diverso.
Lucio Battisti — I giardini di marzo
Ci sono artisti che incontriamo durante l’adolescenza e che finiscono per accompagnarci per tutta la vita.
Per me, uno di questi è stato senza dubbio Lucio Battisti.
I giardini di marzo è il brano che ha segnato la mia sensibilità. Allora non avrei saputo spiegare che cosa mi arrivasse davvero di quella canzone. Eppure sentivo che stava parlando a qualcosa di più profondo di me. Non si rivolgeva soltanto all’adolescente che ascoltava, ma sembrava dialogare direttamente con la mia anima.
Soltanto con il tempo ho imparato a comprendere ciò che allora riuscivo appena a sentire: le emozioni, gli sguardi, la malinconia, la speranza e quei momenti della vita che spesso comprendiamo davvero soltanto molti anni dopo.
Battisti era un fine osservatore. Guardava ciò che aveva intorno e, attraverso parole semplici, riusciva a trasformare frammenti della vita quotidiana in emozioni.
Forse Mogol sapeva scrivere i testi, ma Lucio riusciva a farli vivere.
Ancora oggi, quando riascolto I giardini di marzo, la mente vola indietro e mi riporta alla spensieratezza dell’adolescenza. È come se cercassi di riconoscermi in quel ragazzo, ritrovando una parte di me che il tempo ha trasformato, ma non ha cancellato.
E tornano quelle immagini: l’uomo che rivede i vestiti di sua madre, il più bello, quello nero con i fiori non ancora appassiti. Che immagini potenti erano quelle visioni che raccontava! Bastavano pochi particolari per aprire un mondo intero davanti a chi ascoltava.
Riascoltandolo oggi, non ritrovo soltanto una canzone della mia adolescenza. Ritrovo il ragazzo che ero e quello sguardo sul mondo che, in qualche modo, continua ad accompagnarmi.
I Nomadi — Il desiderio di andare incontro alla vita
Accanto a Battisti, nella mia adolescenza c’erano i Nomadi.
Con Io vagabondo arrivava una sensazione diversa: il desiderio di andare incontro alla vita, di scoprire che cosa ci fosse oltre ciò che conoscevo, di sentire che il mondo fosse un luogo da vivere, non soltanto da immaginare.
E poi c’era Un giorno insieme, una canzone che amavo moltissimo. Ascoltandola, provavo la sensazione che un giorno anch’io avrei vissuto qualcosa di simile. Non sapevo quando né come, ma quella possibilità sembrava già esistere dentro di me.
Riguardando oggi a quegli ascolti, mi accorgo che la musica non mi restituiva soltanto emozioni: a volte mi aiutava a immaginare il futuro.
Le Orme — La scoperta delle sonorità
Con Le Orme, il mio ascolto si apriva a un’altra dimensione.
Erano le sonorità della loro musica ad attirarmi, la capacità di creare atmosfere e di condurmi in luoghi che non avevano bisogno di essere descritti con le parole.
Anche questo faceva parte della mia formazione musicale: scoprire che una canzone può raccontare qualcosa non soltanto attraverso un testo, ma anche attraverso i suoni, le sensazioni e le immagini che riesce a evocare.
Fred Bongusto — L’eleganza dell’amore
Con l’età adulta, i miei interessi cominciarono a cambiare. Come accade a molti, iniziai a guardare con maggiore curiosità l’universo femminile, e tra i cantautori che più alimentarono la mia immaginazione ci fu Fred Bongusto.
Ho sempre ammirato il suo stile e la sua eleganza nel raccontare le donne e l’amore. C’era qualcosa di particolare nel suo modo di interpretare i sentimenti, senza enfasi, lasciando che fossero le parole, la voce e la musica a creare l’atmosfera.
Mi affascinavano la sua voce, gli arrangiamenti e quel ritmo pacato, capace di accompagnare l’ascolto senza mai imporsi. Le sue canzoni sembravano aprire uno spazio in cui immaginare incontri, emozioni e storie che forse, allora, sognavo anche per me.
Tra i brani che ascolto ancora volentieri c’è Tre settimane. Riascoltarlo significa ritrovare atmosfere che non hanno perso il loro fascino, anche se il tempo è passato.
Nelle canzoni di Bongusto ritorna spesso il mare, una presenza che sento particolarmente vicina. Per me il mare è molto più di un paesaggio: è una fonte d’ispirazione, proprio come la notte. Entrambi invitano a rallentare, ad ascoltare i propri pensieri e a lasciare spazio all’immaginazione.
Forse è anche per questo che certe canzoni continuano ad accompagnarmi: perché non appartengono soltanto al tempo in cui le ho scoperte, ma conservano qualcosa che continua a parlarmi ancora oggi.
Da Cocciante al blues, al soul e all’R&B — Quando ho trovato il mio linguaggio
Dopo Fred Bongusto, un altro artista entrò nel mio percorso musicale: Riccardo Cocciante. La sua intensità interpretativa e il modo di dare corpo alle emozioni mi accompagnarono in un’altra fase della mia vita.
Poi, con il tempo, ho trovato un territorio musicale nel quale oggi mi riconosco profondamente: il blues, il soul e l’R&B.
Artisti come Lou Rawls, Teddy Pendergrass, Ben E. King, Curtis Mayfield e Benny Rivers fanno parte di questo mondo che continuo ad ascoltare con grande interesse.
Mi colpisce il timbro delle loro voci, ma ancora di più quel miscuglio di sonorità, ritmo e sentimento capace di trasmettere emozioni anche senza ricorrere a molte parole. A volte basta una sfumatura della voce, una nota trattenuta, una pausa o il modo di appoggiare una frase per raccontare qualcosa che un lungo discorso non riuscirebbe a esprimere.
È una musica che non ha bisogno di correre né di spiegare tutto. Lascia spazio all’ascoltatore, gli permette di entrare nelle atmosfere e di riconoscervi qualcosa di proprio. Il blues, il soul e l’R&B hanno linguaggi distinti, ma nel modo in cui li sento convivono una profonda umanità, il calore della voce e una capacità particolare di trasformare il sentimento in suono.
È in questo universo che oggi sento di riconoscermi maggiormente. Non soltanto come ascoltatore, ma anche come autore e interprete.
Ripensando al mio percorso, mi accorgo che ogni artista ha lasciato qualcosa: Battisti mi ha insegnato a riconoscere le emozioni nella vita quotidiana; i Nomadi mi hanno fatto guardare verso la vita e la libertà; Le Orme mi hanno aperto alle atmosfere sonore; Fred Bongusto ha alimentato la mia immaginazione sentimentale; Cocciante mi ha avvicinato a un’intensità espressiva diversa.
Il blues, il soul e l’R&B, invece, mi hanno aiutato a riconoscere un linguaggio nel quale sento di potermi esprimere.
Forse la mia voce nasce anche da questo lungo viaggio: da tutto ciò che ho ascoltato, amato e conservato dentro di me. Perché, prima ancora di trovare il proprio modo di cantare, bisogna attraversare molte voci. E, qualche volta, ascoltandole, si comincia a riconoscere la propria.
Dall’ascolto alla nascita di ALBATROS
C’è una cosa che desidero precisare: io non faccio il cantante e la mia professione è tutt’altra. La musica, però, mi accompagna da sempre, e negli anni ho ascoltato tantissimi artisti, tante voci e generi diversi.
Credo che questo lungo percorso di ascolto abbia educato il mio orecchio più di quanto potessi immaginare. Col tempo ho imparato ad apprezzare sempre di più gli strumenti musicali, le loro combinazioni, le atmosfere che riescono a creare e quel lavoro, spesso discreto, che sta dietro a un arrangiamento.
Non saprei definire tutto questo una competenza musicale in senso accademico. È piuttosto una sensibilità maturata ascoltando, confrontando, lasciandomi coinvolgere e imparando a riconoscere ciò che mi emoziona. A volte una sonorità mi suggerisce immediatamente un’atmosfera; altre volte è una voce, un ritmo o uno strumento a farmi intuire quale direzione dovrebbe prendere un brano.
Quando ho scoperto una piattaforma capace di trasformare le mie indicazioni in musica, ho intuito una possibilità che prima non avevo: poter dare una forma sonora alle parole che scrivevo.
Non è stato semplicemente affidare dei testi a una macchina. Per me significava cercare una corrispondenza tra ciò che volevo raccontare e il mondo musicale che avevo costruito dentro di me attraverso tanti anni di ascolto. Le parole dovevano trovare la loro atmosfera, gli strumenti il loro posto, la voce il modo giusto per interpretare una storia.
È così che ho cominciato a mettere in relazione due dimensioni che fino a quel momento erano rimaste separate: la scrittura e la musica. Da quell’incontro è nato ALBATROS.
Un progetto nel quale posso raccogliere le mie storie, le mie immagini e le mie emozioni, cercando ogni volta una musica che non sia soltanto un accompagnamento, ma una parte del racconto.
Ripensandoci, forse gli ascolti di una vita mi stavano preparando proprio a questo. Non a diventare un cantante di professione, ma a trovare un modo personale per esprimermi attraverso la musica.
ALBATROS nasce così: dalle parole che sento il bisogno di scrivere e dalla musica che, dopo tanti anni di ascolto, ho imparato a immaginare.
AUTORI E LETTURE.
Scrittori, filosofi e poeti le cui parole aprono domande, illuminano pensieri e continuano a parlarci anche dopo aver chiuso un libro.
AUTORI E LETTURE — Viaggiare attraverso le pagine
Non mi considero un letterato e non ho la pretesa di essere un esperto di letteratura. Mi piace leggere, scoprire autori e lasciarmi accompagnare dalle storie e dalle idee che le pagine di un libro sanno offrire.
La lettura mi ha permesso di avvicinarmi ad autori importanti, di conoscere epoche diverse dalla mia e di entrare in scenari che, senza i libri, forse non avrei mai immaginato.
Ogni libro che ho letto, e ogni libro che continuo a leggere, mi regala una sensazione particolare: quella di viaggiare nel tempo e, nello stesso momento, di esplorare mondi nuovi. Posso ritrovarmi in un’altra epoca, osservare la realtà attraverso gli occhi di persone lontane da me e scoprire modi di pensare che ampliano il mio sguardo.
Alcune letture mi hanno arricchito le conoscenze, altre hanno stimolato la fantasia, altre ancora mi hanno lasciato domande che continuano a vivere anche dopo aver chiuso il libro.
Non sempre ricordo ogni dettaglio di ciò che ho letto, ma spesso rimane qualcosa: un pensiero, un’immagine, una domanda, un modo diverso di osservare le cose.
È questo che cerco nei libri. Non la possibilità di sapere tutto, ma quella di scoprire qualcosa in più, dentro e fuori di me.
Perché leggere, per me, significa anche questo: partire senza muovermi, attraversare il tempo e tornare al presente con uno sguardo un po’ più ampio.
Marcel Proust — Alla ricerca del tempo che rimane
Ci sono libri che si leggono e altri che, in qualche modo, continuano a vivere dentro di noi anche dopo averli chiusi.
Per me, Alla ricerca del tempo perduto di Marcel Proust è stato uno di questi. Già il titolo mi aveva colpito, come se contenesse una domanda rivolta direttamente alla mia esperienza: è davvero possibile perdere il tempo vissuto, oppure qualcosa di ciò che siamo stati continua a vivere dentro di noi?
Quella lettura ha sollecitato in me il desiderio di tornare indietro, di ricercare momenti, sensazioni e frammenti della mia vita che sembravano appartenere soltanto al passato. Mi ha fatto riflettere sul rapporto tra memoria e identità, su come un ricordo possa riemergere e restituirci, insieme a un’immagine, anche una parte di ciò che eravamo.
Ripensandoci oggi, credo che quella curiosità sia stata uno dei primi stimoli del percorso che mi avrebbe condotto ad ALBATROS. Il desiderio di recuperare ciò che è stato, di dare forma alle emozioni e di trasformare un ricordo in una scena, una storia o una canzone appartiene anche al mondo che ho cercato di costruire attraverso la mia musica.
Non dico che Proust mi abbia indicato una strada precisa. Piuttosto, la sua opera ha alimentato una domanda che continua ad accompagnarmi: quanto di ciò che abbiamo vissuto rimane dentro di noi, anche quando pensiamo di averlo dimenticato?
Forse è proprio questo che mi affascina della lettura: non soltanto conoscere la storia raccontata da un autore, ma scoprire che, attraverso le sue parole, può cominciare un viaggio personale, capace di condurci in luoghi della memoria che non sapevamo più di conservare.
La filosofia — Le domande che restano
Ci sono letture che non offrono necessariamente delle risposte, ma insegnano a guardare le domande da prospettive diverse.
Il mio incontro con la filosofia è passato attraverso autori lontani nel tempo, ma ancora capaci di parlare al presente. Dai pensatori greci, come Eraclito e Anassagora, fino a Socrate, Platone e, più avanti, Nietzsche, ho trovato modi differenti di interrogare la realtà, l’uomo e il significato della sua esistenza.
Mi ha sempre affascinato l’idea che il mondo non sia qualcosa di immobile e definitivo. In Eraclito, per esempio, il cambiamento diventa una chiave per comprendere ciò che ci circonda. Anche l’essere umano cambia continuamente, attraversato dalle esperienze, dagli incontri e dal tempo.
Di Socrate mi ha colpito soprattutto il metodo della maieutica: non imporre una verità già pronta, ma aiutare a far emergere ciò che una persona può arrivare a comprendere attraverso le domande. È un modo di pensare che sento vicino, perché spesso una domanda sincera può aprire più strade di una risposta affrettata.
Con Platone si apre poi un universo nel quale ciò che vediamo non esaurisce necessariamente ciò che esiste. È l’idea che dietro l’apparenza possano nascondersi significati più profondi, e che conoscere richieda anche la disponibilità a mettere in discussione le proprie certezze.
Nietzsche mi ha condotto verso interrogativi diversi, più inquieti: il rapporto con se stessi, i valori ricevuti, la necessità di non accettare passivamente ciò che sembra già stabilito.
Non considero queste letture un percorso accademico e non pretendo di racchiudere il pensiero di autori così complessi in poche righe. Racconto piuttosto ciò che mi ha attirato verso di loro: la possibilità di fermarmi, riflettere e provare a osservare le cose da un’altra angolazione.
Forse è questo che cerco nella filosofia: non una verità da possedere una volta per tutte, ma un esercizio continuo dello sguardo e del pensiero.
Perché alcune domande non ci accompagnano per condurci a una conclusione. Ci accompagnano perché, mentre cerchiamo di rispondere, cambiamo anche noi.
La mitologia — Quando le storie alimentavano la fantasia
La mitologia mi ha sempre affascinato, fin da ragazzo.
Ricordo le letture scolastiche dei grandi poemi, l’Odissea e l’Eneide, e la concentrazione con cui seguivo quelle storie. Non erano soltanto testi da studiare: per me diventavano mondi nei quali entrare, luoghi lontani popolati da eroi, divinità, viaggi, prove da superare e destini da compiere.
Mi lasciavo coinvolgere dalle vicende dei personaggi, dalle loro avventure e dalle scelte che dovevano affrontare. Ogni figura sembrava portare con sé una storia, ogni episodio apriva nuove immagini nella mia mente. La fantasia si alimentava proprio così: seguendo quei racconti, immaginando luoghi e situazioni, cercando di vedere ciò che le parole suggerivano.
Con il tempo ho cominciato ad apprezzare anche un altro aspetto dei miti: la possibilità che, dietro un’avventura straordinaria o un personaggio leggendario, si nascondesse qualcosa che riguardava anche noi. Il coraggio, la paura, l’orgoglio, il desiderio di conoscere, la nostalgia di casa, la difficoltà di scegliere. Sentimenti e contraddizioni che appartengono agli esseri umani, anche quando vengono raccontati attraverso vicende lontane dalla nostra esperienza.
Forse è per questo che quelle storie non hanno mai perso del tutto il loro fascino. Nonostante il tempo trascorso, continuano a offrire immagini e significati che possono essere riscoperti ogni volta con occhi diversi.
Ripensando a quel ragazzo che seguiva con tanta attenzione le avventure degli eroi, riconosco qualcosa che mi accompagna ancora: il bisogno di lasciarmi trasportare da un racconto, di immaginare ciò che non vedo e di cercare, dentro una storia, qualcosa che vada oltre la storia stessa.
Forse la fantasia non è soltanto la capacità di inventare mondi. È anche un modo per esplorare il nostro, attraverso le immagini e le possibilità che le storie ci regalano.
Dante — Il viaggio che trasforma l’essere umano
La Divina Commedia mi ha sempre affascinato per la ricchezza dei suoi simboli, per le immagini e i significati che sembrano nascondersi dietro ogni incontro e ogni luogo. Ma, al di là di questa dimensione, ciò che trovo più interessante è il viaggio stesso: un percorso attraverso il quale l’essere umano può cambiare, conoscersi e trasformare il proprio modo di guardare il mondo.
Dante attraversa Inferno, Purgatorio e Paradiso. Sono luoghi profondamente diversi, ma insieme compongono un cammino che non riguarda soltanto lo spazio attraversato dal poeta. È anche un percorso di conoscenza, nel quale ogni incontro, ogni prova e ogni passaggio contribuiscono a modificare la sua comprensione di sé e della realtà.
È questo aspetto che mi colpisce maggiormente. Il viaggio non è semplicemente uno spostamento da un luogo a un altro: è un’esperienza che lascia un segno in chi la compie. Per proseguire, bisogna attraversare ciò che si incontra, confrontarsi con le proprie paure e i propri limiti, riconoscere errori e possibilità che prima non si riuscivano a vedere.
La simbologia della Commedia mi incuriosisce proprio perché accompagna questo cammino e lo arricchisce di significati. Ogni immagine può suggerire qualcosa che va oltre il racconto immediato, aprendo nuove prospettive su ciò che significa essere umani.
Non pretendo di conoscere tutte le interpretazioni di un’opera così complessa. Mi interessa soprattutto ciò che il suo viaggio continua a suggerire: che la trasformazione non avviene restando fermi, ma attraversando esperienze che ci costringono a guardare più a fondo.
Forse è questo che rende il percorso di Dante ancora attuale. Non soltanto la destinazione a cui conduce, ma il cambiamento che avviene lungo la strada. Perché chi arriva alla fine di un viaggio davvero importante non è più esattamente la persona che era quando è partito.